01
Il dono della speranza sporca
Non vi dono speranza con le ali lucide,
da poster motivazionale e denti bianchi.
Vi dono speranza con le unghie nere:
quella che cade, si rialza,
e non chiede scusa per il fango.
Siate radici.
Quelle che lavorano nel buio,
spaccano il cemento dal basso
con pazienza da animale antico,
millimetro dopo millimetro,
senza pubblico, senza selfie.
da Appunti dalla Divina Tragedia (GFE) · «Tre doni per i figli del futuro», estratto
02
Cena contadina (Italia, 1897)
La madre ha le mani rosse
di bucato e brace.
Si siede solo quando tutto è al suo posto.
Mangia quello che resta.
È sempre stata così:
prima gli altri,
poi il corpo.
Il nonno racconta una battaglia.
Ma nella testa gli torna un’altra guerra:
la pelle della Maria,
quel bacio rubato dietro la stalla,
fieno bagnato e promesse
che la vita ha mangiato per prime.
da Appunti dalla Divina Tragedia (GFE) · estratto
BASTIMENTO CONTE ROSSO STOP
PER CHI RESTA È BALENA NERA STOP
INGHIOTTE CHI AMI STOP LO RISPUTA DALL'ALTRA PARTE DEL MONDO STOP
LUI SALE STOP LEI RESTA STOP
IL BAMBINO LO VEDE DIVENTARE PICCOLO STOP
POI UN PUNTO STOP POI NIENTE STOP
da Appunti dalla Divina Tragedia (GFE) · Porto di Napoli, 1921, incipit
Gorilla (voce di marea):
«Piàntelo. Dove ghe era el muro.
Tintoretto ga dipinto el Paradiso su sta cità
parché el Paradiso no te lo dà nissun: te lo inventi.
Mi no dipinzo el Paradiso.
Mi seppelisso l’Inferno.
Finché ghe sarà uno che pianta — mi tornerò.
Finché ghe sarà uno che varda — mi no morirò.»
da Appunti dalla Divina Tragedia (GFE) · il Gorilla parla in veneziano
05
Gola (alias: fame di me)
La fame non era nello stomaco.
Era nei messaggi non letti,
nelle cene senza sguardi,
nella voglia di mordere
qualcuno che restasse.
E ogni sera, davanti allo specchio,
mi chiedevo:
quanti chili pesa la tua solitudine?
Non era gola.
Era nostalgia dell'incontro.
da Peccati, Perversioni, Preghiere (AttraVerso) · chiusa
06
Chi si gira dall'altra parte
Hai visto.
No.
Hai intravisto.
Hai notato.
Hai percepito.
E poi hai girato la testa.
Crac.
Il rumore del tuo collo è diventato
l’inno nazionale dell’indifferenza.
da Peccati, Perversioni, Preghiere (AttraVerso) · incipit
07
Il salmo apocrifo del futuro
E quando tutto sarà finito,
ci sarà un secondo Inizio.
Non ci saranno like.
Solo occhi.
E mani.
E forse
una carezza.
da Peccati, Perversioni, Preghiere (AttraVerso) · strofa 10
Prendimi per mano babbo
Mi sei mancato quando c’eri
Ti fuggivo e combattevo
Carne della mia Carne
Perché non mi hai dato un
sorriso schiaffoso per
svegliarmi?
Ogni forza genera forza
uguale e contraria.
Amore non capito genera
odio.
Odio non genera fame
d’amore.
Soli ci siamo persi.
Naufraghi della vita.
da Erosferica. Incantesimi & Icone Pop (Transeuropa)
9:00: svegliarsi.
9:05: rimpiangere di essersi svegliati.
12:00: fingere di esistere.
18:00: cancellare la prova.
da Erosferica. Incantesimi & Icone Pop (Transeuropa)
10
Il rispetto
Saggistica
La biodiversità, invece, è resilienza. Dieci vitigni diversi significano che se uno soffre, altri nove prosperano. Terroir diversi significano adattabilità.
I vignaioli migliori del mondo non sono quelli che "dominano" la natura. Sono quelli che ascoltano il terroir e lo esaltano.
Ascoltano cosa la terra vuole dire. Ascoltano cosa l'annata richiede. Ascoltano cosa il vitigno naturalmente esprime. E poi, con sapienza e umiltà, aiutano il terroir a esprimere la sua voce più autentica.
da Wine Power (Aliberti / Wingsbert House) · due passi
Nessun frutto è mai nato
da un solo seme
La foresta non chiede il passaporto alla pioggia.
Il lichene ama la pietra che non gli somiglia.
L'orchidea cresce nel buio e chiama luce ciò che trova.
Il corallo costruisce cattedrali con miliardi di diversi
che non si sono mai visti in faccia eppure respirano insieme.
La biodiversità non è una gentilezza della natura:
è la sua lingua madre. Ogni specie è una parola.
Togli una parola e la frase perde senso.
Togli abbastanza parole e resta solo il silenzio.
E il silenzio, in natura, ha un solo nome:
estinzione.
[…]
da poesia inedita
Ogni notte muoio.
Non un poco. Del tutto.
Lascio le scarpe vicine alla porta
come un uomo che non tornerà.
Il sonno è una fossa che scavo con le palpebre.
Ci cado dentro senza nome,
senza la faccia che mi metto addosso
ogni mattina davanti allo specchio
per sembrare uno che tiene.
Nel sonno non servo a nessuno.
Ed è l’unica ora in cui mi assento.
Poi la sveglia
quel macello gentile
e il cuore che riparte prima della ragione.
I piedi nudi sul pavimento
come radici che cercano terra nel cemento.
L’acqua sulla faccia
un battesimo
che nessun dio ha ordinato
e che il corpo celebra da solo.
Rinascere non è un miracolo.
È la bestia dentro che si alza
quando la mente vorrebbe restare morta.
È mettere il caffè sul fuoco
con le mani di ieri addosso
e gli occhi già puntati sul danno di oggi.
Chi si sveglia ogni mattina
è più forte di chi non ha mai chiuso gli occhi.
Perché ha visto il buio dal di dentro.
Lo ha respirato. Lo ha lasciato entrare.
E poi ha scelto la luce
senza nessuna prova che esista.
da Di Versi
Le madri fanno una cosa sola
e la fanno tutte allo stesso modo,
in tutte le lingue del bacino:
tengono aperto.
Un fascicolo, un numero, una stanza,
un posto a tavola, una telefonata delle undici.
Non è speranza.
La speranza si consuma in due anni
e nessuna di loro ne ha ancora consumata.
È manutenzione.
da Migrazioni Mediterranee. Il catalogo dei nomi provvisori
14
Inventario degli effetti personali
Un sacchetto di plastica dentro un altro sacchetto di plastica.
Un foglio ridotto a poltiglia con tracce di inchiostro blu.
Un pettine.
Una chiave.
Un preservativo nella confezione, intatto.
Una fotografia illeggibile.
Una banconota di un Paese confinante.
Un biglietto con un numero di telefono italiano.
Questa lista è la sola biografia disponibile.
Si legge in undici secondi
e contiene una persona
che ha impiegato ventisei anni
a diventare qualcuno
che portava con sé
proprio queste cose e non altre.
da Migrazioni Mediterranee
Non si portano le chiavi
per tornare.
Si portano
per non aver ancora deciso.
da Migrazioni Mediterranee
Il pomodoro è americano.
Il grano duro è mediorientale.
Il peperoncino è americano.
La melanzana è indiana.
L'arancia è cinese.
Il caffè è etiope.
Il basilico è indiano.
La cucina che difendiamo dalle contaminazioni
è, per intero,
il risultato di contaminazioni
riuscite bene.
Ci abbiamo messo quattrocento anni
a chiamarla nostra.
Ne concediamo dodici
a un ragazzo di Bamako
prima di dire che non si integra.
da Migrazioni Mediterranee
Il sacchetto si crede medusa.
La medusa gli crede.
E l'albatro insegna ai figli
il nostro alfabeto di tappi.
Mia nonna lavava la plastica nell’acqua bollente,
convinta di lavare.
Non so quanta ne ho mangiata
scambiandola per la sua cura.
Dentro ognuno di noi, adesso,
un piccolo mare
che sa di scaffale
e non conosce il sale.
da Inventario del Vivente · chiusa
18
Buonanotte, bocca di plastica
Nel 2022 hanno trovato plastica nel sangue.
Nel settantasette per cento dei campioni.
Nel 2024 in tutte le placente.
Tutte.
Come se i figli nascessero già imballati
dentro il cellophane dei padri.
Esiste una parola che non troverai in nessun vocabolario:
Plasticìdio.
L’omicidio lento, gentile, al gusto menta,
che compi su te stesso
due volte al giorno
davanti allo specchio.
da Cronache dall'Antropocene · estratto
Verdanza assolata accende l’odore di prato tagliato.
Annusanza forticosa d’api e scintille assopite.
Fioranza di prato vitoso, di volatili versosi.
ViViViDiDi.
Vivenza oltre l’apparenza.
E io divento al centro di questa attraversanza.
Mi lascio qui sciogliere,
tra ogni udienza che si dilegua.
E solo, al centro, io del mio mondo verdoso,
massaggio la mia sostanza.
Tre verzellini zampillano la pimpinella.
Un bambino attraversa un prato
della vita come campanella.
da La Cura. Emozionario del corpo e dell'anima
20
Conero. La curva del silenzio
Là dove il monte si piega per baciare il mare,
nasce un silenzio che sa di eternità gentile.
Le onde respirano dentro le ginestre,
e il cielo diventa uno specchio che ascolta.
Il Conero è un punto di sospensione tra due respiri.
Qui la bellezza non vuole essere capita:
chiede solo di essere guardata, come un volto amato dopo anni.
Chi si ferma capisce: la calma è un dono del paesaggio.
da MarcheTherapia
21
Preghiera dell'accensione
Non darmi luce.
La luce è per chi guarda.
Dammi fuoco,
che è per chi crea.
Liberami dal sonno elegante
del verrà il momento.
Il momento non viene.
Si fonda.
E se un giorno dovrò bruciare,
che sia per aver acceso,
non per aver atteso.
Fa' che io sia
non ciò che posso,
ma ciò che accendo.
da Ingegneria del Potere · poesia d’apertura
22
Testamento d'Orca Pazienza (ma so' 'na balena)
Li vecchi raccontaveno
che 'na vorta le balene
cantaveno storie lunghe tremila mija.
Mo' cantamo solo quattro note:
Aiuto. Dove sei. Fa male. Ho paura.
Come 'n telefono scarico
che cerca campo in mezzo ar Pacifico
e trova solo er proprio fiato.
Lasso er core a chi se lo vò pijà.
Chiedo solo che nisuno dica
«Era solo 'na balena».
E prima de morì, famme spiaggià a Fregene,
che armeno li romani me piàngeno
mentre magnano er cocco ar sole.
da Inventario del Vivente · estratto
23
Antro' po' ce ne anniamo
E mo che arriva er conto —
l'ape che nun ronza,
er ghiaccio che se squaja,
l'estate che te brucia le mano —
sai che famo?
Antro', po' ce ne anniamo.
Ce ne anniamo su Marte, dicheno li ricchi,
co' li razzi che sanno de fine der monno.
Ce ne anniamo a piedi, dicheno li poveri,
cor mare che ce sale drento casa.
Ce ne anniamo tutti, chi prima chi dopo,
e lassamo la luce accesa
pe' nisuno.
da Inventario del Vivente · congedo, estratto
24
Io so' Briciola
Monologo
C'è 'n regazzino che passa tutti li giorni. C'ha quarcosa che voi chiamate "sindrome". Nun so quale. Voi je date tanti nomi. Pe' me è solo Marco.
Marco cammina strano. Parla strano. Ride troppo forte.
Ma sapete che fa Marco?
Ogni vorta che me vede, se ferma. Se mette in ginocchio — e pe’ lui è fatica, eh. Me guarda nell’occhi. E me dice: «Ciao bello. Come stai VERAMENTE?»
VERAMENTE.
In quattordici anni de vita, Marco è l'unico che m'ha chiesto come sto VERAMENTE.
L'artri me buttano 'n pezzo de pane e via. L'artri manco me vedono. L'artri c'hanno fretta.
Marco no. Marco c'ha tutto er tempo der monno. Perché Marco vive in 'n tempo diverso. 'N tempo che voi avete perso er giorno che avete inventato l'orologio.
da De Versi. Er monno visto da chi nun giudica · monologo di un cane di strada, estratto
28
Humus. Forme di vita non conformi
Romanzo inedito · La cripta
I gradini erano coperti da resina termica: il regime sigillava l’antico per renderlo «efficiente». Ma nelle fessure qualcosa cresceva.
Adiantum capillus-veneris, il capelvenere. Le fronde cercavano la poca luce lungo i cavi, filamenti verdi sottili come capelli di neonato che spuntavano dalla resina tossica. Tremolavano al passaggio dell’aria condizionata come mani che salutano chi non aspettavano più.
Mi inginocchiai. Toccai una fronda. Era reale.
La cripta. Il sarcofago di Francesco rimosso, «ricollocato», diceva il decreto. Al suo posto l’Unità Centrale di Elaborazione Emotiva: un monolite nero che pulsava a settantadue battiti al minuto, come a mimare la vita che aveva sostituito.
Ma qualcuno era stato lì prima di noi.
Sulle pareti, tra cavi e pannelli di raffreddamento, scritte tracciate con terra mista a succo di bacche, inchiostro vegetale, il più antico del mondo:
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa
Le lettere colavano come lacrime secche. Riscritte, cancellate, riscritte. Qualcuno tornava di notte a riparare ciò che il giorno distruggeva.
E accanto, con grafia più nervosa:
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba
Diversi. Fructi. Coloriti. Flori.
Biodiversità. Ottocento anni prima che qualcuno inventasse la parola, un uomo scalzo l’aveva cantata in una cella.
da Humus · romanzo inedito
29
La messa al bando
Romanzo inedito · Documento
Il Giornale dei Sopravviventi, Bank Kong (ex Roma), 9 aprile 2036.
Bando per agricoltori, botanici, artisti e artigiani: «reati di biodiversità e di bellezza».
Con il Decreto N. 27/Ω “Ordine Produttivo”, i nuovi amministratori hanno disposto la messa al bando di chiunque non sia allineato agli standard. Le accuse: “propagazione non autorizzata di specie”, “detenzione di semi non tracciati”, “manipolazione emotiva di massa” mediante immagini, teatro, poesia, manufatti non certificati.
Sono nate nuove fattispecie penali: reato di biodiversità e reato di bellezza. Sementi locali, innesti tradizionali, laboratori di restauro, officine di quartiere, spazi teatrali. Le botteghe sigillate, i vivaisti schedati, i custodi di giardini storici sorvegliati.
“Hanno chiamato sabotaggio quello che per secoli è stato cura”, dice una vivaista con i pollici ancora sporchi di terra. “Mi hanno portato via i bulbi: li hanno pesati come se fossero proiettili.”
da Humus · ritaglio di giornale dentro il romanzo
30
La Cura
Racconto · estratto
Dalle camere del secondo piano, oltre le betulle, si vede il Catinaccio, che qui si chiama anche Rosengarten, perché qui ogni cosa ha due nomi. I letti sono girati verso la porta. Non è una disattenzione. È il protocollo: la posizione consente il controllo visivo dal corridoio senza entrare nella stanza, riduce i tempi del giro notturno di circa quaranta minuti su ottanta ospiti, previene le cadute non assistite. È una buona norma. L’ho vista funzionare. Vuol dire che nessuno guarda le montagne. Vuol dire che ottanta persone stanno sdraiate a guardare una porta.
da Persi. Protocolli di scomparsa · raccolta inedita di racconti
31
La Nebbia
Racconto · estratto
Camminarono ancora. Ogni tanto Fabrizio chiamava il figlio anche se lo aveva dietro, soltanto per verificare che la voce arrivasse dal punto giusto. A un certo punto Tommaso lasciò lo zaino per allacciarsi una scarpa e, quando rialzò la testa, suo padre non c’era. Erano a due metri. Lo chiamò. Passarono tre secondi, forse quattro, abbastanza perché un ragazzo di dodici anni provi a immaginare tutta la propria vita senza la persona che era davanti un momento prima. Poi la voce arrivò da sinistra, mentre lui era sicuro che Fabrizio fosse sceso diritto. «Sono qua. Che fai?» Da quel momento Tommaso camminò con una mano stretta alla cinghia dello zaino del padre. Fabrizio non gli disse di lasciarla.
da Persi. Protocolli di scomparsa · raccolta inedita di racconti
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Migrazione minore I
Prosa breve
Mio padre ha cambiato paese senza uscire di casa. È successo in circa quattordici mesi. Prima ha smesso di riconoscere i nomi, poi le stanze, poi me. L'ultima volta che gli ho detto chi ero è stato educatissimo: ha risposto piacere, con la mano tesa, come si fa con un ospite che si vuole mettere a suo agio.
Anche quello è espatrio. Anche lì c’è una frontiera, un passaggio, un uomo che alla fine non ha più documenti.
Ho pensato a lungo che fosse la cosa più dura che avessi vissuto, e forse lo è ancora. Ma mio padre è partito da un letto pulito, con la finestra aperta sul cortile, e quando è arrivato dall’altra parte c’era qualcuno che gli teneva la mano e sapeva come si chiamava.
Tengo questa pagina nel libro proprio per questo. Perché si veda dove finisce il paragone.
da Migrazioni Mediterranee
Il FilmBook® è un formato narrativo ibrido in cui poesia, prosa, teatro, diario, scienza e gesto convivono come specie in un ecosistema vivente. Con inquadrature, luci, zoom. Una scena che respira. dal Manifesto di FilmBook® e della Biodiversità Letteraria
33
Sorrisi, in modalità regia
(Apologo finale.)
Interno notte – stanza d’ospedale.
Un malato terminale sorride.
La stanza si accende.
I tubi diventano luci di Natale.
«Sto morendo, certo.
Ma prima voglio accecare di luce
chi pensa che la morte vinca sempre.»
(Chiusura.)
Silenzio.
Primo piano: bocca che sorride.
Il sorriso è un bisturi che opera senza dolore,
chirurgia quantica dell’anima.
Taglia il superfluo,
lascia l’essenziale: brillare nel buio.
da La Cura · apologo finale e chiusura
34
Manifesto della Biodiversità Letteraria
Estratto
La Biodiversità Letteraria è la linfa del mio lavoro e la mia arma contro la standardizzazione editoriale.
Nel giardino linguistico che coltivo, il verso convive con il dato neuroscientifico. L'emozione abbraccia la teoria. La spiritualità danza con la cronaca. Non chiedo permesso ai custodi del canone letterario. Non cerco la benedizione delle accademie che hanno trasformato la poesia in collezione di reperti morti.
Come una farina integrale, la mia scrittura conserva ogni granello, anche quello che la raffinazione editoriale solitamente scarta: l'incompiuto, il margine selvaggio, l'imprevisto che irrompe.
La coerenza, quando imposta dall’esterno per ragioni di mercato, sterilizza.
Io scelgo l’incoerenza viva come fertilità. Il caos vitale come humus creativo.
da La Cura · punti II e VI
35
L'ingegnere esce dalla stanza
Estratto
La terza, la più scomoda. Il potere migliore è quello che si nota di meno. Non perché sia nascosto, perché l'occultamento è manipolazione e abbiamo visto per quattordici capitoli che ha un prezzo, ma perché è così ben progettato da sembrare naturale. Mandela lascia la presidenza nel 1999, dopo un solo mandato, e il Paese che aveva reso possibile continua senza di lui. Non è la prova che ogni problema fosse risolto. È la prova che esisteva una struttura. Quando le cose funzionano, nessuno ringrazia l'ingegnere. Ringraziano il ponte.
da Ingegneria del Potere · epilogo
36
Canzone del raro
Ecologica · in rima
A novembre il monte corbezzola:
rosso di frutto, bianco di fiore.
Chi è solo al mondo non si consola,
però fiorisce. Lo fa per amore
di niente: di un'ape tardiva,
di un vecchio che sale e non coglie.
Tutto ciò che è raro sta in riva
a qualcosa, e trema, e non toglie
lo sguardo. Tu guardalo adesso,
che è inverno e nessuno lo vede:
il fragile è il forte, lo stesso,
visto da uno che crede.
37
Ninna nanna del molo
Civile · in rima
Ninna nanna, ninna oh,
questa bimba a chi la do?
Non la do a chi ci ha imbarcato:
ci ha contati, ha incassato,
e alla prima onda scura
ha scoperto la paura.
Non la do al mare nero,
che ti culla e non è sincero.
Non la do alla nave bianca
che ci guarda, e poi si stanca.
La darò a chi sulla riva
guarda prima se sei viva,
poi domanda se hai mangiato
e che nome ti hanno dato.
Ninna nanna, ninna oh.
Dimmi che c'è. Io non lo so.
È uscito alle cinque e venti.
Ha lasciato la luce del bagno accesa,
come sempre,
e come sempre lei ha detto: la luce.
Alle undici il ponteggio
ha fatto quello che fanno le cose
quando costano meno.
In Italia succede tre volte al giorno.
È una media. La media non ha
un caffè lasciato a metà,
una figlia a cui aveva promesso sabato,
quella luce.
Lei non la spegne più.
Chi passa di notte pensa:
c'è qualcuno sveglio.
C'è.
39
Canto dell'ultimo
Ecologica
Kauaʻi, 1987. Un uccello nero
canta la sua metà del duetto
e poi si ferma.
Lascia lo spazio giusto,
la misura esatta
in cui lei rispondeva.
Nessuno risponde.
Lui ricomincia.
C'è un nastro, si può ascoltare:
la frase, la pausa,
la frase, la pausa.
È la cosa più educata
che io abbia mai sentito:
un'intera specie
che aspetta il suo turno
per parlare
e non lo perde mai,
neanche adesso
che non tocca più a nessuno.
Sta nel campo come una frase finita.
Una tonnellata, e non pesa su nessuno.
Potrebbe.
È questo che guardo:
tutta quella forza
che ha deciso di essere erba,
ombra, fiato nel freddo.
Gli uomini che conosco
ne hanno molta meno
e la usano tutta.
43
Vellegna
Racconto breve
Settembre. Le sei. La vigna che fuma.
Il vecchio taglia e non parla. Taglia. La forbice gli ha preso un dito nel settantuno e da allora la tiene come si tiene una bestia che ha già morso. Sangue e mosto hanno lo stesso colore finché non asciugano. Poi no.
Oh frechì. Jó la cassetta.
Il ragazzo ha quindici anni e le mani da città. Suda. Ha le vespe addosso, il moscerìo negli occhi, e bestemmia piano perché il nonno non senta. Il nonno sente e ride senza girarsi. Porca madosca dillo forte, che lu Signore a quest’ora dorme.
A mezzogiorno pane, ciauscolo, il vino dell’anno prima che sa di cantina e di ferro. Mangiano in terra. Il vecchio si guarda le mani. Nere. Appiccicate. Dice che la nonna gliele lavava lei, la sera, nel catino. Una per volta. Che non era una cosa da dire in giro. Che era l’unica ora in cui stavano zitti tutti e due e si capivano. Le dita. L’acqua. La schiena di lei quando si chinava.
Si alza. Che cazzo guardi. Taglia.
Il ragazzo taglia. Si taglia. Guarda il sangue scendere nel grappolo e non dice niente e lo butta nella cassetta con gli altri.
Bravo, dice il vecchio. Mo è vino tuo.
44
Le sei e dieci
Racconto breve
Lei rientra alle sei e dieci. Odore di disinfettante, di altri. Le scarpe in corridoio. Non accende.
Lui è sveglio. Da marzo è sveglio. Da quando la fabbrica ha detto esubero e lui ha detto vaffanculo e poi ha firmato.
Com’è andata.
Ne è morto uno. Quello del letto nove. Mi ha chiesto se pioveva.
E pioveva?
No. Gli ho detto di sì. Gli piaceva.
Si spoglia al buio. Lui la sente più che vederla. La zip. Il fiato. Il sudore di dodici ore, che in quella casa è l’unica cosa che sa ancora di lavoro. Lei gli si stende addosso senza chiedere, e per un po’ non c’è la fabbrica e non c’è il letto nove. Pelle. Sale. Due che si tengono come ci si tiene a una ringhiera.
Dopo lei dice: domani la spesa la fai tu.
Scì.
E smetti di dire che non servi a un cazzo.
Lui non risponde. Fuori schiarisce. Lei dorme già, con una mano aperta sul suo petto, come si lascia una cosa perché nessuno la porti via.
45
La sbarra
Scena e diario
Campo lungo Un parcheggio aziendale, le sei di sera, novembre.
Dal terzo piano vedo le auto andarsene una per volta, come si spengono le finestre di un condominio. Resta la mia e resta, vicino alla sbarra, una cosa bassa e rossa che non è un’auto.
Dettaglio Il badge sul tavolo, a faccia in giù.
Lo hanno disattivato alle cinque. Me l’hanno detto con gentilezza, che è il modo in cui ormai si fa tutto.
Soggettiva La volpe alza il muso verso la finestra.
Non scappa. Mi guarda come si guarda uno che è in ritardo. Poi si volta e passa sotto la sbarra, che per lei non si è mai abbassata.
Dissolvenza
Dal quaderno, ore 3:47. Oggi mi hanno tolto il nome dalla porta e un animale mi ha aspettato. Non so quale delle due cose è il lavoro.
46
Piccolo dizionario delle parole che ho smesso di usare
Saggio in forma di vocabolario
- Esubero
- Parola con cui si avvisa una persona che è di troppo, senza doverle dire per chi.
- Risorsa
- Ciò che si estrae. Detto di petrolio, di acqua, di uomini.
- Ottimizzare
- Togliere finché funziona. Nessuno ha stabilito che cosa.
- Scarto
- Vedi: varietà.
- Omologare
- Rendere uguali due cose perché costi meno contarle.
- Biodiversità
- Il nome scientifico della parola «anche».
- Speranza
- Verbo. Si coniuga soltanto al presente e alla prima persona plurale.